Elisabetta de Luca – PERSONE&CONOSCENZE N.127 – Febbraio 2018

Se è molto semplice trovare multinazionali che hanno numerosi progetti dedicati al benessere delle loro persone è perché hanno intuito, prima delle aziende più piccole, che avere le persone felici a lavoro, le rende più produttive. Le PMI non sempre seguono l’esempio delle grandi, preoccupate dei costi (e dell’impegno) che qualsiasi iniziativa comporta. Ma c’è chi ha trovato un motore diverso per spingere verso il wellbeing: ricordarsi cosa significa essere un dipendente frustrato e prendersi la responsabilità di migliorare la vita lavorativa delle persone. Una scelta di cuore, quindi, e non ‘di portafoglio’.

 

Dai dati raccolti dall’Agenda HR, l’annuale ricerca sui trend e le sfide per chi si occupa di gestire le persone che OD&M realizza con ESTE (per approfondire, leggere il report della presentazione dei dati, a pagina….), è emerso che gli Amministratori Delegati nel 2018 puntano a implementare il wellbeing dei dipendenti, perché occuparsi del benessere delle persone aumenta la produttività. Ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo…i costi. Da una ricerca effettuata da Willis Towers Watson, società leader nella consulenza direzionale e organizzativa, è emerso che ben il 64% dei datori di lavoro italiani è preoccupato per la crescita dei costi dei benefit (a fronte del 55% dell’area Emea); il 50% per l’impatto dei cambiamenti normativi e il cambiamento dei benefit obbligatori; il 44% di avere un budget insufficiente per realizzare i cambiamenti necessari nei piani di benefit. L’Italia non è sola: il 58% delle aziende dell’Europa occidentale dichiara di non aver pianificato una strategia in tema di salute e benessere per i propri dipendenti, nonostante questo sia considerato un aspetto fondamentale per attrarre nuovi talenti. Cosa spinge, allora, la Direzione a occuparsi di benessere? Spesso, purtroppo, è la voglia di seguire una moda. Dalla ricerca è emerso, infatti, che “troppe aziende non hanno una chiara conoscenza di quanto stanno spendendo in benessere e della ragione per cui lo stanno facendo”. Così facendo si corre il rischio di vanificare l’investimento. Ma, l’indagine svolta da Persone&Conosceze tra aziende virtuose sul tema benessere individua un altro motore che dà avvio a progetti dedicati al wellbeing (così come al welfare): le esperienze personali di chi gestisce le persone. Strategia? Sì, ma anche cuore. Nel nostro viaggio, infatti, abbiamo incontrato chi ha vissuto in prima persona l’assenza di politiche di conciliazione nella azienda per cui lavorava; chi è stato un dipendente e ha perso il lavoro prima di fare l’imprenditore; chi si interroga su come occuparsi degli operai in fabbrica; chi è cresciuto nella propria azienda e vuole ringraziare le persone che hanno contribuito al successo dell’impresa.

Quando benessere fa rima con conciliazione

Nel 1980, Mariarosaria Scherillo vive a Napoli, è all’ultimo anno di liceo scientifico, è incinta e la sua scuola ha subito i danni del terremoto. Non sembra l’incipit di una storia a lieto fine e invece lo è, perché, dopo essere stata segnalata tra i migliori neodiplomati, a 24 anni Scherillo ha già avuto incarichi da dirigente e decide di fondare a Bari, insieme con l’azienda per la quale lavora, Computer Levante Engineering, oggi CLE, azienda di Information Technology, per riuscire a conciliare l’essere mamma e il lavoro. CLE negli anni ha cambiato pelle per adattarsi al mercato e oggi ha due sedi, a Bari e a Milano, 35 dipendenti e quattro business unit. Il prodotto di punta di CLE è ‘Resettami’: la soluzione per la gestione dell’assistenza domiciliare socio-sanitaria dei pazienti, in grado di condividere il percorso di cura tramite una piattaforma in cloud. Tutte le scelte imprenditoriali compiute da Scherillo sono state dettate dalla sua esperienza personale: “Ho fondato la mia azienda 30 anni fa, quando nell’IT c’erano pochissime imprenditrici. Anche quando avevamo numeri più piccoli mi sono occupata di  benessere organizzativo, perché ritengo che prima di tutto la conciliazione vita-lavoro, soprattutto per le donne, sia fondamentale”. Ecco perché in CLE sono previsti contratti part time, Smart working, telelavoro e Job Sharing:“Benefici riservati non solo alle mamme, ma anche ai papà”. Nella sua azienda Scherillo ha voluto ‘Cleden’,uno spazio all’aperto dove possono trascorrere le giornate i figli dei dipendenti da maggio a ottobre, quando gli asili e le scuole chiudono i battenti: “Ho voluto questo spazio che nel nome richiama l’Eden, il Paradiso, perché so bene quanto sia difficile doversi occupare dei figli quando si ha un lavoro a tempo pieno. Così ho invitato i nonni, i genitori dei miei dipendenti, a occuparsi dei piccoli che in Cleden possono giocare, fare i compiti delle vacanze e la merenda, sotto l’occhio vigile dei genitori che, se vogliono, in pausa, possono passare a salutarli”. Nel prossimo futuro in CLE nascerà una nursery con percorsi di accompagnamento per le mamme, dalla gravidanza sino al primo anno d’età. Oltre all’esperienza personale, a spingere l’imprenditrice ad attuare politiche di conciliazione è stata la voglia di  migliorarsi: “Ogni capo azienda dovrebbe avere l’umiltà di guardarsi intorno e imparare dagli altri; come avviene per le nuove tecnologie o per i nuovi macchinari, così è importante aprirsi al tema del benessere per crescere. Per avere successo bisogna creare buone relazione e attivare la comunicazione, fare in modo che le persone possano esprimere il proprio talento e sentirsi nel posto migliore in cui possano essere”.

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